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Autore Messaggio
 Oggetto del messaggio: Psycho Las Vegas
MessaggioInviato: 10 set 2017 16:40 
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Powerslave

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Dopo aver visto il bill dell’edizione 2016 dello Psycho Las Vegas, nella mia testa ha cominciato a insinuarsi una vocina che ripeteva insistentemente “l’anno prossimo devi andarci” e così insieme a un caro amico con gli stessi gusti malati in fatto di musica abbiamo preso i biglietti per l’edizione 2017 e abbiamo fatto in modo di organizzare una vacanza (meravigliosa!!!) negli States che casualmente facesse tappa nella città del vizio per eccellenza da giovedì 17 a domenica 20 agosto. Appurato che l’edizione 2016 per il sottoscritto resterà inarrivabile, anche l’edizione 2017 pur essendo un po’ più improntata sul metal è notevole e carica di chicche, tanto che mi ha concesso di spuntare tre band dalla lista di quelle che devo vedere prima di morire.
La giornata di giovedì consisteva nel così detto pre-Psycho pool party, una bellissima festa sul più piccolo dei tre palchi a disposizione del festival, per la precisione quello in piscina. Non sto nemmeno a raccontarvi quanto può essere figo stare in ammollo bevendo birra o cocktail mentre band fighissime suonano dal palco a bordo vasca. Gli Yawning Man del mai troppo lodato Mario Lalli hanno fatto un concerto grandioso, il loro rock strumentale, quasi jazzato, fortemente psichedelico ha reso l’atmosfera festosa e rilassata, esattamente quello che ci si deve aspettare dal guru del desert rock.
Dopo di loro spazio ai Goya. Bella sorpresa, band pesante e riffosa, con il giusto spazio per i momenti più viaggiosi.
E’ il turno dei Conan. Sinceramente non riesco a capire a cosa sia dovuta tutta la loro fama underground, picchiano come dei fabbri e qualche riff lo indovinano, ma la ""voce”” arriva a rovinare tutto, coprendo anche quanto di buono proposto. Sta di fatto che in piscina è un discreto macello e la maggior parte del pubblico sembra gradire eccome.
Si chiude la giornata del giovedì coi Pentagram.
Avendo seguito un po’ gli ultimi avvenimenti ero preparato all’esibizione a tre senza Bobby, a quanto pare in galera, e in giro avevo letto di grandi prestazioni con l’immortale Victor Griffin nel duplice ruolo di chitarrista/cantante, ma non mi aspettavo una bomba atomica di questa portata. Concerto incredibile per intensità ed esecuzione, band in gran forma e pubblico in delirio. Cosa chiedere di più???

Il nostro venerdì si apre con uno di quei concerti segnati con un asterisco grosso così e che mai più avrei pensato di poter vedere. Si tratta dell’esibizione degli Slo Burn recentemente riformatisi, sul palco principale, ll The Joint. Premessa: suonare un’ora di concerto quando ufficialmente hai pubblicato un EP da un quarto d’ora non è semplice. E’ vero che esiste quell’album mai pubblicato e che solo i pionieri del download conoscono, ma inevitabilmente l’esibizione ne risentirà, aggiungiamoci poi un batterista non all’altezza degli altri 3/4 di formazione. Detta così potrebbe sembrare un concerto deludente. Così non è stato, l’esibizione è stata intensa, con un John Garcia carico e in forma, neanche lontanamente paragonabile a quello svogliato visto a Maggio al Desertfest di Berlino. Chiaramente i momenti più intensi sono stati quelli in cui la band ha riproposto i 4 estratti da quell’ “Amusing the Amazing” che tanto ha emozionato gli orfani dei Kyuss. In sostanza non un concerto epocale, ma un piccolo pezzo di storia che sono molto contento di aver vissuto.
Si prosegue con il secondo asterisco e allora sotto con i Sons of Otis che si esibiscono sul Vinyl, il palco minore. Il trio canadese è visibilmente “stonato”, con un Aubin alla batteria che è uno spettacolo nello spettacolo, e se da un lato ne viene a risentire un po’ la precisione in fase di esecuzione, dall’altra l’intensità e il coinvolgimento raggiungono le stelle. Gran concerto. Promossi senza riserve.
Si torna sul Joint per i Melvins. Dal mio punto di vista un’esibizione della band di King Buzzo è sempre un’incognita, nel senso che può attingere da un repertorio talmente sconfinato (al momento 26 album più una marea di EP, collaborazioni e quant’altro) che la scelta della scaletta avrà un peso specifico enorme. In quest’occasione la setlist non mi ha entusiasmato come per esempio l’anno scorso, ciò non toglie che quando arrivano i pezzi bomba viene la pelle d’oca.
A giudicare dalle persone presenti e dalle magliette viste in giro quello degli Sleep è il concerto/evento/rituale (chiamatelo come preferite) più atteso di tutto il festival e anche io non faccio eccezione. Sipario chiuso, attesa lunga, estenuante, accompagnata da voci di sottofondo di un ipotetico astronauta che comunica con chissà chi. Finalmente si apre il sipario. Eccolo, l’astronauta. Tiene in mano un basso e una chitarra. Arrivano Al Cisneros e Matt Pike, prendono i loro strumenti e comincia il viaggio. Non una parola, solo il lento, pesante, ossessivo, pachidermico fluire della musica. Quella che stanno facendo è “Dopesmoker” e pian piano mi convinco che verrà eseguito per intero. Così non è, infatti dopo un tempo imprecisato la band attacca con “Holy Mountain” e via via fino alla conclusione. I presenti sono in delirio mistico, le teste ondeggiano, i cuori palpitano, le menti volano. Non è un concerto quello che si sta consumando, probabilmente lo si può definire un rituale, un momento di raccolta, un’ipnosi collettiva guidata dalle bordate sparate dalla band a sua volta accompagnata dal simpatico astronauta che ogni tanto fa capolino sul palco armato di bong , col fumo che esce copioso dal grosso casco. Poi tutto finisce e resta un enorme vuoto. E’ la terza volta che assisto a un concerto degli Sleep e ancora una volta mi ritrovo frastornato e scosso, ma con un senso di soddisfazione enorme che credo mi accompagnerà a lungo. Miglior concerto del festival. Ma questo già si sapeva.
Gli headliner del Venerdì sono i The Brian Jonestown Massacre. Li avevo sentiti solo nominare e a quanto pare sono una band culto fortissimamente psichedelica e melodicamente malata. A casa mi sono ascoltato qualcosa a caso e accanto a pezzi che non mi piacevano per niente ho trovato chicche gustosissime. Nei miei progetti c’era il loro concerto da posizione defilata da gustarmi sorseggiando qualcosa. Il problema è che il concerto degli Sleep mi ha lasciato un senso di appagamento ed estasi tale che a quel punto della musica non me ne fregava più niente. Fanculo ai The Brian Jonestown Massacre! Se ne riparlerà eventualmente la prossima volta.
Il sabato comincia con i Diamond Head sul palco principale. Non sapevo bene cosa aspettarmi e a alla fine mi sono divertito. Il nuovo cantante fa la sua porca figura e quando attinge dai classici la band va sul sicuro. Buon inizio.
Si prosegue con gli Snail sul the Vinyl. Conosco solo l’album d’esordio datato 1993 e lo reputo un ottimo lavoro. Dalla reunion in poi non li ho mai seguiti. La band attacca con “Hard Lung”, esecuzione non impeccabile ma siamo solo all’inizio… da lì in poi solo canzoni del nuovo corso, prive di mordente, banalotte. Non resistiamo e ce ne andiamo.
Pronti per i Carcass. Concerto spettacolare. Semplicemente classe superiore. Non un attimo di tregua, death metal coi controcazzi, suonato divinamente, con quell’attitudine tutta particolare che li rende unici. Concerto da incorniciare.
A questo punto facciamo la conoscenza di un tizio fulminatissimo e una birra via l’altra ci impedisce di vedere qualche concertino che avevamo in programma. Poco male, su il costume e di corsa in piscina per i Weedeater. Poco da fare, non saranno particolarmente originali, ma a me quello sludge tossico, paludoso e grassissimo piace e diverte. Me li sono goduti con immenso piacere!
Sempre in piscina è il turno dei Blood Ceremony. A me non hanno mai detto molto, li trovo dei Jethro Tull wannabe con qualche riff carino e nulla più, però alla gente piacciono, quindi il mio giudizio non fa particolarmente testo.
Tempo di asciugarci, cambiarci ed è quasi l’ora del concerto principale di tutto il festival: King Diamond. L’occasione è di quelle ghiotte, perché dopo una serie di hit pescate tra il resto della discografia e il repertorio dei Mercyful Fate, la scaletta prevede l’esecuzione in toto di “Abigail”. Il Re è in buona forma e la band è in stato di grazia. Il problema è che l’impianto audio fa le bizze e per tutta la durata dello show per alcuni istanti salta. Un inconveniente antipatico e fastidioso che non permette di godere appieno del bellissimo spettacolo. Piccola curiosità, da segnalare come Brann Dailor, batterista dei Mastodon, headliner della domenica, abbia assistito a tutto lo spettacolo tranquillamente in mezzo al pubblico cantando ogni singola parola e suonando la sua batteria immaginaria. Attestato di stima!

La nostra domenica comincia con la reunion dei Cirith Ungol. Non sono mai stato un grande estimatore della band, ma l’occasione è da cogliere. Il pubblico a dire il vero non è molto numeroso, ma piuttosto coinvolto. La band suona oggettivamente molto bene e in un certo senso, dal punto di vista strumentale, riesco ad apprezzare e farmi coinvolgere. Il problema è la voce. Che Tim Baker sia un abbaiatore è risaputo, ma che quando apre bocca si faccia fatica a distinguere gli altri strumenti è un altro discorso. Personaggio pittoresco e in un certo senso stimabile, ma a tratti fastidioso.
E’ il momento dell’terzo ed ultimo asterisco. I Corrosion of Conformity con Pepper!!! Un concerto emozionante, esaltante, coinvolgente. Tutti e quattro i musicisti sono dei maestri e l’ora a disposizione vola. Ovviamente a far la voce grossa in scaletta è il mai troppo lodato “Deliverance”, ma c’è spazio per altre gustosissime chicche. C’è ancora bisogno di band così, di concerti così e adesso sotto col disco nuovo, manca da troppo tempo.
Su il costume e un bel tuffo in piscina per i Manilla Road che eseguono per intero “Crystal Logic”. Per prima cosa ci tengo a segnalare un particolare non da poco. Sarà l’ambientazione particolare data dalla piscina, sarà che la temperatura all’interno, dove si tengono gli altri concerti è da circolo polare artico (il modo in cui gli americani usano l’aria condizionata è da mentecatti), sarà il fascino ruspante di Mark Shelton, ma la concentrazione di figa per i Manilla Road è ragguardevole. Detto ciò il concerto è piacevole e godibile anche per un non-appassionato come me.
Grosso modo il nostro Psycho si chiude qui.
Se mai vi capitasse l’occasione di partecipare a questo festival vi consiglio vivamente di non lasciarvela scappare!

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non finisce proprio niente se non l'abbiamo deciso noi!è forse finita quando i tedeschi hanno bombardato pearl harbour?col ca**o che è finita!e qui non finisce!perchè...QUANDO IL GIOCO SI FA DURO...I DURI COMINCIANO A GIOCARE!
[bluto blutarsky]


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